10 Portraits Against Prejudice

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 L’INTENTO

#10PortraitsAgainstPrejudice è un progetto fotografico-editoriale a cura di Davide Scalenghe, Flora Ciccarelli e Giovanni Mauriello, e di tutte le persone che ci hanno creduto e ci hanno regalato il loro tempo, mettendosi davanti ad un obiettivo, in queste bollenti giornate di un luglio torinese. Grazie.

Dieci volti e dieci storie per raccontare in prima persona cosa significa vivere con il pregiudizio – quell’attitudine, quel processo per il quale si attribuiscono ad una persona sconosciuta i tratti e le caratteristiche tipiche del suo gruppo teorico di appartenenza – marchiato a fuoco sulla pelle: troppo grassa, troppo effeminato, troppo aggressiva, troppo strano. Corpi e menti che sfuggono ai canoni di una società che ci vorrebbe tutti alla stessa maniera. Tutti uguali.

L’obiettivo cattura la fierezza di chi, per un motivo o per l’altro, è ritenuto diverso ma non per questo sceglie di nascondersi o di giustificarsi: perché, stretti o larghi che siamo, oppure a fiori o di pelle, ognuno di noi merita di stare bene nei panni che indossa.

Il progetto non pretende in modo alcuno di raccontare né il più grande né tantomeno il pregiudizio predominante per ogni categoria di “subcultura” che presentiamo, consci del fatto che noi per primi siamo affetti da pregiudizi, nei confronti di noi stessi e degli altri, in quanto siamo parte integrale di questa società e siamo influenzati dall’ambiente che ci circonda. Il nostro intento è quello di stimolare la riflessione collettiva, di titillare i canoni e di spingerci oltre le paure che ci fanno chiudere a riccio di fronte a chi vive una situazione fuori dalla nostra “zona di comfort”.

Perché ognuno di noi si può trovare in una situazione in cui per salvarci dovremo appellarci al fatto che è proprio vero, qualunque cosa stiamo attraversando, non siamo mai soli, altre milioni di persone stanno vivendo la stessa situazione. Per scoprirlo, però, dobbiamo iniziare a parlarne. Così speriamo che #10PortraitsAgainstPrejudice ci aiuti laddove abbiamo bisogno di iniziare a parlare.

Ad accompagnare i ritratti ci sono le loro storie, piccoli aneddoti di vita quotidiana che riassumono in poche righe cosa si può provare ad essere musulmana al giorno d’oggi; cosa si prova a non potersi concedere la gioia dell’amore solo perché omosessuale; quanto è complicato ottenere la fiducia altrui essendo sieropositivo o quanto ci si deve affaticare per spiegare che, nonostante il disturbo bipolare, si può essere una persona per bene. Ci hanno aiutato donne e uomini che hanno voluto condividere le loro lotte quotidiane, le loro paure e i loro successi; la loro parte più intima. E nel far questo ci siamo divertiti.

Le storie che leggerete non sono derivate da dati biografici reali ma sono frutto di un lavoro creativo che si pone l’obiettivo di costruire degli immaginari in cui ritrovare un po’ di tutti coloro che almeno una volta nella vita si sono sentiti messi da parte, a margine, soli, colpevoli senza possibilità di appello di un crimine che non avevano commesso.

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  1. TRANSFOBIA

Transfobia

Bussano alla porta del bagno.

Cantileno un “Occupatoooo” mentre cerco un fazzolettino all’interno della borsetta. Ma dove sarà finito? E poi perché nei bagni delle stazioni non c’è mai la carta igienica?

Bussano di nuovo, stavolta con un po’ più di insistenza.

“Un attimoooo” dico con un pizzico di insofferenza, risollevandomi i collant e risistemando la gonna. Un tubino rosa cipria che mi sta da dio.

Riapro la porta del bagno ed esco a lavarmi le mani. Appena fuori c’è la tipa che ha bussato poco prima, quasi le vado addosso per quanto è vicina.

Mi squadra dalla testa ai piedi mentre le passo davanti e mi dirigo al lavandino, dallo specchio riesco a vederla: è rimasta a fissarmi.

“Non dovevi andare in bagno?” le faccio senza voltarmi.

“Cosa?”

“No, dico, tesoro: hai bussato mille volte mentre ero dentro e ora scusa… te ne resti lì a guardare?”

Lei mi squadra con tanto di occhi, sembra non abbia mai visto una transessuale in vita sua e forse è proprio così. Balbetta qualcosa, è evidente che non sa bene cosa rispondere.

Io nel frattempo mi sono asciugata le mani e ho ripreso a frugare nella borsetta, per ripassare il rossetto che si è sbavato sul labbro superiore.

Le sento dire, a mezza bocca, “sto schifoso” e penso che non ho nessuna voglia di fingere di non aver sentito.

“Scusa puoi ripetere?” le sbraito contro, voltandomi di scatto.

Lei non sembra per niente intimorita, mi guarda con aria di sfida e si avvicina: tuttavia è visibilmente più bassa di me, e io mi sporgo su di lei per farglielo notare.

“Ho detto, riprende stizzita, che questo è il bagno delle donne e lei non dovrebbe stare qui.”

“Eh no, carina. Questa toilette è per le signore. E fidati che io sono una signora con la S maiuscola.”

2. MALATTIA MENTALE

Malattia Mentale

Molti non lo sanno, ma la fase up di una sindrome bipolare assomiglia ad un trip di LSD. Sotto acido vedi la verità, quella che non riesci a cogliere a occhio nudo. Vedi le molecole che compongono tutto e che si muovono e si confondono tra loro e tu sei quel tavolo vicino a te e il tavolo è l’aria tutta intorno e l’aria sei tu che ci nuoti in mezzo.

Perché i nostri sensi ci proteggono: tra tutte le informazioni che potrebbero captare, filtrano solo quelle essenziali. Se vedessimo il mondo per come realmente è, non potremmo sopportarlo.

Io, ogni tanto, lo vedo: vedo le molecole che si muovono, vedo relazioni che altri non vedono. Questo perchè i trasportatori di carica elettrica del mio sistema nervoso sono più aperti così che il segnale nervoso viaggia più velocemente.

Nei bipolari il sovraccarico di informazioni, di sensazioni, di colori e di forme può mandare in tilt il cervello, e allora si è costretti a prendere le medicine.

Ma se posso evito, ho visto troppa gente ridursi a un vegetale per l’abuso di Lexotan, Xanax, Tavor, Halcion, Roipnol, Risperdal, Prozac, Anafranil.

Certo, indispensabili per tenere a freno una crisi, ma vi sconsiglio di leggere le controindicazioni o non basteranno tutti gli ansiolitici del mondo a togliervi l’angoscia.

Comunque, devo ammettere che non tutto il male viene per nuocere, e anche grazie al litio, un sale in grado di stabilizzare il mio sistema nervoso, sono riuscito a raggiungere un equilibrio personale. Ora lo tengo a portata, non si può mai essere convinti che andrà tutto bene. 

Io alla mia testa ci tengo, mi piace la mia testa, mi piace che sia diversa da quella di tutti gli altri, che i miei neurotrasmettitori corrano un po’ più veloci. Come una bellissima moto, che va più forte delle altre ma ha bisogno di una manutenzione speciale, e di un po’ più di attenzione a non finire fuori strada.

3. AGEISMO

Ageismo

Del 1946. È questa la frase che mi dà più gusto pronunciare. Si dice che l’età ad una signora non vada mai chiesta, eppure io, quando conosco nuove persone, attendo in trepidazione che qualcuno osi e si prenda la confidenza di chiedermi: ma tu di che anno sei?

Fiera, soddisfatta, rispondo: del 1946. Un brivido di piacere mi attraversa la schiena quando vedo le palpebre degli occhi spalancarsi come finestre durante un’estate caldissima; il mento si catapulta a terra e la gola emette un suono incredulo che per le mie orecchie è musica. Sì, ho settant’anni e nel mio guardaroba non regna il grigio. Sì, ho settant’anni e non mi tingo i capelli due volte al giorno. Li lascio lunghi, spesso sciolti.

A me e la mia amica piacciono gli autoscatti: voi lo chiamate selfie, giusto?, ma sempre di quello si tratta. Ho settant’anni eppure esco con un uomo, mi porta a ballare e decido io se poi richiamarlo oppure no. Sono vedova, non sono morta. Ho settant’anni e godo appieno di ogni singolo giorno che si somma ai tanti già vissuti.

La vecchiaia non mi spaventa, è invecchiare male che proprio non fa per me.

4. GRASSEZZA

Grassezza

Non passo la mattinata a provare vestiti nella improbabile speranza che i miei fianchi si siano miracolosamente ristretti durante la notte. Quel jeans pazzesco che è diligentemente piegato e posizionato nell’armadio è chiuso lì dentro per un motivo, e dubito che stamattina io ci entri per miracolo.

A dire il vero sono nove anni che non riesco ad andare oltre l’altezza del ginocchio: nell’ultima foto in cui lo indosso non ero ancora nemmeno signorina, quindi, almeno per oggi, escludo di sfoggiarlo. Ritenterò a breve, dopotutto nell’ultimo anno ho perso e ripreso dieci chili. Per qualche brutta malattia? No, quella scusa la usavo in terza media. Niente tiroide impazzita né crisi ormonali.

La ragione per cui non sono una modella ha un nome solo, e quel nome è fame. Le carte in regola ce le avrei tutte, ma a causa di questo dettaglio dei venticinque chili di sovrappeso pare sia impossibile trovare uno stilista che mi assuma. Ah, e la storia della costituzione: è una scemenza. Ormai non ci crede più nessuno, facciamo prima a dire che nemmeno uno dei nostri uomini è mai stato in grado di soddisfarci quanto tre etti di pasta ben condita.

Per quanto riguarda loro, gli uomini, ci tengo a dire che seppure il sabato sera quel paio di jeans rimangono piegati nell’armadio, qualche testa la faccio girare senza metterci troppo impegno.

Chiamatelo charme, chiamatele forme, chiamatela ciccia, vi sfido a dire che non sono favolosa.

5. HIV/AIDS

HIV/AIDS

Da quando avevo scoperto di essere sieropositivo, quella era la prima serata che passavamo tutti insieme: tutti tranne Valentina, ovviamente. Lei se n’era andata una settimana dopo il risultato delle analisi. Era una questione di fiducia, mi aveva spiegato tra i singhiozzi, e io la sua fiducia l’avevo persa.

Però quella sera, seduti al tavolo del pub in cui ci ritrovavamo da una vita, mi era sembrato tutto come sempre. Negli sguardi dei miei amici sembrava esserci la certezza che tutto sarebbe andato bene, che niente sarebbe cambiato tra noi, che loro, almeno loro, non mi avrebbero abbandonato. Io mi ero aggrappato quasi con disperazione a quegli sguardi e avevo deciso di ignorarne altri, quelli lanciati su tutto ciò che toccavo, quelli attenti a non scambiare il loro bicchiere con il mio, quelli che per un attimo avevano indugiato anche nel farsi baciare sulla guancia. Come se il virus impregnasse ogni singola fibra di me.

Finché poi non mi era scappato quello starnuto. Poche gocce di saliva avevano investito il tavolo e distrutto il castello di perbenismo che avevamo tirato su insieme. Era piombato il silenzio, mi fissavano tutti mentre nella mia testa si affollavano i pensieri: avrei voluto scusarmi, avrei voluto spiegare che la saliva non c’entra niente con l’HIV, che potevano e anzi dovevano stare tranquilli. Ma queste cose i miei amici le sapevano già, eppure era più forte di loro, la paura del contagio.

Aveva ragione Valentina: era una questione di fiducia, e loro avevano perso la mia.

6. BULLISMO

Bullismo

Proprio lui, l’unico bambino cinese della classe, aveva iniziato a tirarmi dei gessetti. La ricreazione iniziava così, in attesa che qualcuno tra loro prendesse l’iniziativa e si accanisse su di me. Tutti gli altri lo avrebbero poi seguito, entusiasti di quel quarto d’ora di ricreazione da consumare a forza di spinte, pizzichi, oggetti di ogni tipo da scaraventarmi in faccia. Ventidue contro una: io, una, contro loro. Una folla di facce tutte uguali, e nessuno, nemmeno uno tra loro, che avesse un po’ di pena per me.

Volevo gridare, obbligarli a farla finita. Intimidirli, spaventarli, ma la mia voce restava bloccata a metà della gola e non riuscivo ad emettere suoni. Nulla che somigliasse ad un ruggito, solo piccoli urletti soffocati, lamenti di bambina spaventata. Dov’è la mia voce? Perché non riesco a reagire? Perché resto immobile? Cretina, scema io che so solo piangere. E più mi imponevo di non farlo e più sgocciolavo la mia infelicità sul pavimento dell’aula; e più piangevo più il branco si divertiva.

Cosa c’è che non va in me. Perché proprio io, tra ventitré bambini. Non capisco, non riesco a fuggire da un destino di cui non conosco la causa. Sbaglio io o sbagliano loro, non importa a nessuno. Ma la maestra mi salverà, la ricreazione non può durare per sempre. Eppure a me pare un’eternità, eppure la maestra entra, mi guarda e non dice una parola. Nemmeno oggi. Si tappa gli occhi e lascia trascorrere un altro giorno, chissà che non faccia parte del branco anche lei.

Domani andrà meglio, mi dico: domani, forse, riuscirò a farmi valere.

7. ISLAMOFOBIA

Islamofobia

Il primo giorno di liceo, me lo ricordo bene, mio padre mi ha abbracciata forte, in piedi sull’uscio, e poi mi ha detto:

“Samira, ricorda: nell’Islam non esiste costrizione, lo dice il Profeta. Se portare il velo dovesse crearti problemi a scuola, con i compagni o con i professori, io sarei il primo a dirti di toglierlo e di andare a lezione col capo scoperto”.

Io gli ho sorriso e ho cercato di rassicurarlo: nessuno mi avrebbe fatta sentire a disagio e se anche fosse successo, io non l’avrei mai tolto. Non per una questione religiosa, ma per una questione di principio.

Se qualcuno mi dicesse di smetterla con i jeans attillati, io non starei di certo ad ascoltarlo.

Se qualcuno mi dicesse di smetterla con il mio profumo preferito io non starei di certo ad ascoltarlo.

E allora perché dovrei ascoltare chi mi dice di non indossare più il velo?

Non sarebbe un bel paradosso? Pretendere di liberarmi da una costrizione presunta attraverso una costrizione reale! Sì, sarebbe davvero buffo se non mi facesse così incazzare che la gente mi veda come una creatura oppressa e succube e non come una ragazza che esprime liberamente la propria identità. Perché a nessuno viene in mente di chiedere la mia opinione? Perché tutti pensano di sapere meglio di me cos’è meglio per la mia vita?

Per me, sono io che decido: e io il velo voglio tenerlo. Perché sono musulmana e voglio che la gente lo sappia quando cammino per strada. Perché nessuno mi ha mai obbligata ad indossarlo e nessuno mi obbligherà a toglierlo, e perché nell’Islam non esiste costrizione, lo dice il Profeta.

8. OMOFOBIA

Omofobia

Il mio labbro superiore si è incastrato alla perfezione nello spazio aperto della sua bocca, e la paura ha lasciato spazio ad un’unica nuova convinzione: lo amavo. Eravamo un ingranaggio finalmente funzionante, un unico rudere dato per spacciato fino a qualche secondo prima.

Il mio corpo non era più un corpo, lo sguardo basso; a chi devo chiedere scusa, pensavo, per questo momento di felicità. Quale altro senso di colpa si anniderà oggi nei miei pensieri. Come me ne libererò. Qual è l’errore se tra queste braccia, solo tra queste, mi sento al sicuro; questi occhi voglio su di me, è questo l’amore di cui voglio gioire e soffrire e vantarmene con tutti. Perché non posso. Per chi, per quanto. Io voglio l’amore, e il mio amore è lui. Ho permesso che mi uccidessero i sogni di un’adolescenza mano per la mano in una strada affollata. I baci in pubblico, gli abbracci alla stazione. Mi sono lasciato convincere che per me non c’era posto, tra le file degli innamorati, che ad uno come me conviene nascondersi.

Ma mentre mi mordeva il labbro sono riuscito a mettere a fuoco. C’è posto, questo è il mio posto: io sono felice osservando il suo naso appuntito, le sue guance costellate di piccoli punti di barba; l’attaccatura del collo sistemato sulle sue bellissime spalle. Mi rendono felice, le sue spalle. E il suo collo, le sue mani grandi come una montagna da scalare.

Solo con lui sarei stato felice, la risposta era semplicissima e si nascondeva in un bacio.

9. MISOGINIA

Misoginia

Una signorina per bene le parolacce non le dice.

Una signorina per bene sorride sempre, non risponde mai con maleducazione, non alza mai la voce. Una signorina per bene non corre per strada, cammina composta.

E siede composta, con le ginocchia strette, che sennò si vede tutto.

Una signorina per bene non va in giro troppo truccata, per non attirare sguardi indiscreti.

Però non va nemmeno in giro sciatta, altrimenti poi chi se la piglia.

E se non se la piglia nessuno poi la signorina per bene non si sposa e se non si sposa poi non può avere dei bambini. E senza figli la signorina per bene è una fallita.

La signorina per bene, in poche parole, deve cercare di essere quanto più possibile per bene in modo tale da incontrare un ragazzo per bene, con una buona famiglia alle spalle e un lavoro redditizio.

Una volta trovato e sposato il suddetto ragazzo, la signorina per bene è ormai diventata una signora per bene, e in quanto tale non ha bisogno di lavorare, perché ci pensa l’uomo di casa ai bisogni della famiglia. Lei deve solo stare a casa e badare ai bambini. E poi cucinare, pulire, riassettare, lavare e stirare le camicie del marito, sempre più spesso sporche di rossetti che non sono i suoi e che probabilmente non sono nemmeno di signore per bene come lei.

Ma una signora per bene sa che non dovrà fare domande, che gli uomini sono fatti così, e che dovrà sopportare senza fiatare. E senza fiatare sopporterà le botte, gli insulti, il disprezzo, senza nemmeno lamentarsi, perché chissà poi la gente cosa pensa…

Questo è quello che una signorina per bene deve fare.

Io, però, che sono una signorina per male, di quello che pensa la gente me ne fotto e faccio tutto quello che mi pare.

10. MACISMO

Macismo

Rachele è la terza ragazza con la quale esco questa settimana. Non merito complimenti, è un numero che non si avvicina neppure lontanamente al mio record personale. Mi basta poco: faccio un sorriso, mi avvicino e attacco bottone con una scusa qualsiasi. La maggior parte delle volte sono loro a chiedermi di rivederci, di bere qualcosa insieme. Dopotutto quello che mostro è frutto di un’attenta strategia: vado in palestra tutti i giorni, seguo un’alimentazione inappuntabile e ho la carta fedeltà in un centro estetico vicino casa mia.

Il mio punto forte resta il sorriso, però, l’unica cosa per la quale non ho dovuto faticare. Devo ringraziare mio padre: gliel’ho staccato dalla faccia e me ne vado in giro vantandomene. Lui, mio padre, mi prende in giro per la mia fama di Don Giovanni. Mi chiama “macho”, minaccia sempre di diffondere le mie foto di quand’ero bambino ed avevo la fissazione per un peluche a forma di coniglio che mi regalarono il giorno del mio settimo compleanno. I nostri sorrisi identici, complici, in momenti come quello si intrecciano e si somigliano ancora di più.

Quando sono con lui del macho non resta traccia: mio padre mi rimprovera per ogni scemenza che faccio, e devo ammettere che capita piuttosto spesso; mi abbraccia anche, però, e quando non mi vede per più di due giorni mi chiama solo per dirmi: come stai, macho? E io mi rallegro, felice di sentire la sua voce.

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FULL CREDITS
Fotografia e regia: Davide Scalenghe
Testi e ricerca: Flora Ciccarelli, Giovanni Mauriello
Hair and Make Up: Floriana Manciagli, Nicoletta Sorge
Styling: Angela Bernardoni
Fixer: Riccardo Calisti

Si ringrazia la Scuola Holden di Torino per la location e la disponbilità; il supporto di amici e parenti che hanno creduto in questo progetto creato in pochissimo tempo per dare il nostro piccolo contributo al Torino Pride 2016, e ovviamente un ringraziamento speciale a tutti i protagonisti degli scatti, che con gentilezza, simpatia, dignità e collaboratività hanno posato per le nostre telecamere.
Alcuni di voi, sapete chi siete:
Maurizio Gelatti e Silvano Bertalot
Sandeh Veet
Andrea Delliri
⁠⁠⁠Roya Rastegar
Ubaldo Giusti
Giovanna “Jo Rebel “Raballo

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