È TUTTO COSÌ OVVIO

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(Soggetto video: Jacopo Naldi, Tommaso Moretti)

È tutto così semplice, ovvio, in realtà. Una di quelle questioni per cui tra 50 anni (per essere generoso) ci guarderemo alle spalle e diremo: ma veramente abbiamo sperperato così tanto tempo a dibattere dell’ovvio? Mi spiego.

Se siamo tutti uguali in uno Stato laico, e lo Stato offre ai suoi cittadini un’istituzione giuridica artificiale, come il matrimonio, allora tutti, essendo uguali davanti alla legge, devono poter beneficiare di tale istituzione. Ovvio, o no?

Per quanto riguarda cosa sia la famiglia, anche lì è così ovvio: è qualunque formazione di due o più persone unite da legami affettivi di vario genere. La “Natura” ci ha creati animali sociali – a qualcuno riesce meglio, a qualcuno peggio – e capaci di provare dei sentimenti. Non banalizziamo l’affetto/amore cercando di circuirlo all’interno di parametri che hanno a che fare con le nostre specifiche convenzioni sociali e ragioni storiche ben precise, e che poco o nulla hanno a che fare con la “Natura”. Che forse per “Natura” non dovessimo iniziare a leggere “Cultura”?

La nostra identità sessuale, poi, è definita come “una inerente o immutabile duratura attrazione emotiva, romantica o sessuale ad altre persone.” Ad altre persone – non a persone necessariamente del sesso opposto.

Come dice John Winkler ne “I Vincoli del Desiderio. L’Antropologia di Sesso e Genere nella Grecia Antica” (1990), se il sesso, altro tema che tanto sembra interessare, fosse semplicemente un fatto naturale, non avremmo mai potuto scrivere la sua storia. Avremmo dovuto abbandonare quello che è diventato uno dei nostri progetti moderni preferiti – descrivere i sistemi di sesso / genere delle varie società che conosciamo, il loro sviluppo e la periodizzazione e l’interazione dialettica. Ma il sesso non è, se non in senso banale e poco interessante, un fatto naturale. Gli antropologi, storici, e gli altri studenti della cultura (piuttosto che della natura) sono acutamente consapevoli del fatto che quasi tutte le configurazioni immaginabili del piacere possono essere istituzionalizzate come convenzionali e percepite come naturali.
In effetti il significato di ‘naturale’ in molti di questi contesti è proprio ‘convenzionale e corretto.’ La parola ‘innaturale’ in contesti di comportamento umano significa semplicemente ‘non convenzionale.’

Se la Costituzione Italiana riconosce la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio, mi sembra ovvio che tutti quei nuclei che si ritengono famiglia possano avere lo stesso diritto davanti alla legge di unirsi in matrimonio. A quel punto – lo dice la legge – è dovere dei genitori provvedere al benessere dei figli, anche quando nati fuori dal matrimonio.

Costituzione della Repubblica Italiana: gli articoli 29-31 sulla famiglia.

Art. 29.
La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio.
Il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare.
Art. 30.
È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio.
Nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti.
La legge assicura ai figli nati fuori del matrimonio ogni tutela giuridica e sociale, compatibile con i diritti dei membri della famiglia legittima.
La legge detta le norme e i limiti per la ricerca della paternità.
Art. 31.
La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose.
Protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo.

Per i costituenti definire e regolare l’istituto familiare implicò un «cambio di rotta» culturale rispetto alla visione etica e antropologica su cui si basava l’idea di famiglia nel periodo storico pre-repubblicano.
Nello Statuto Albertino del 1848 il termine «famiglia» compariva esclusivamente in riferimento alla famiglia reale. Lo Stato liberale si limitava a tutelare l’istituto giuridico della famiglia per disciplinare gli aspetti di natura patrimoniale derivanti dagli effetti del matrimonio. Secondo il pensiero positivista dell’epoca, la famiglia era pensata come l’«ambiente» in cui la «donna-madre preparava l’avvenire del popolo italiano» insegnando la morale e la religione.

Con l’avvento del regime fascista la famiglia venne asservita ai fini dello Stato. I genitori avevano il dovere di educare e istruire la prole sui «princìpi della morale» e in conformità al «sentimento nazionale fascista» (art. 147 cc.). In breve, fino alle soglie della Costituente del settembre 1946, la famiglia aveva il compito di trasmettere i valori fascisti e garantire la figura del pater-familias.

Considerando, inoltre, come numerose disposizioni costituzionali in tema di famiglia rinviino alla legge, e appurato che la legge cambia nel tempo, si deve ammettere che anche il concetto di famiglia, rimandando alla legge, palesa la necessità di adeguamenti.
Spostando lo sguardo dal dato costituzionale alla legge ordinaria, è possibile rintracciare un mutamento del termine “famiglia” con quello di “famiglie”, che rende evidente come legare la famiglia solo ed unicamente a quella matrimoniale è comportamento anacronistico.

Se vogliamo invece parlare di bambini e delle circostanze loro più vicine (legami familiari, educazione, scuola, tempo libero, salute), l’unico testo che parla dei loro diritti è la Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia, approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989, e ratificata dall’Italia il 27 maggio 1991 con la legge n. 176.

Essa esprime un consenso su quali sono gli obblighi degli Stati e della comunità internazionale nei confronti dell’infanzia. Tutti i paesi del mondo (ad oggi aderiscono alla Convenzione 194 Stati), ad eccezione degli Stati Uniti, hanno ratificato questa Convenzione.
La Convenzione è uno strumento giuridico e un riferimento a ogni sforzo compiuto in cinquant’anni di difesa dei diritti dei bambini; è composta da 54 articoli.

La creazione della Convenzione è ricordata ogni anno, il 20 novembre, con la commemorazione della Giornata Internazionale per i Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza.
I diritti garantiti dalla Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia sono raccolti in un documento onnicomprensivo senza distinzioni né suddivisioni perché ogni articolo è di uguale importanza, indivisibile, correlato agli altri e interdipendente.

La Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia è stato il primo strumento di tutela internazionale a sancire nel proprio testo le diverse tipologie di diritti umani: civili, culturali, economici, politici e sociali, nonché quelli concernenti il diritto internazionale umanitario.
Il testo contiene anche articoli rivolti alla protezione contro l’abuso e lo sfruttamento e si impegna a far sì che il bambino faccia valere il proprio pensiero.

Il primo articolo con cui si apre il Documento recita «ai sensi della presente Convenzione si intende per bambino ogni essere umano avente un’età inferiore ai 18 anni» e prosegue mettendo in luce dibattiti e compromessi riguardo alla protezione del bambino prima della nascita.

Gli articoli della Convenzione possono essere raggruppati in quattro categorie in base ai principi guida che informano tutta la Convenzione.
I quattro principi fondamentali della Convenzione sono:
¥ Principio di non discriminazione: sancito all’art. 2, impegna gli Stati parti ad assicurare i diritti sanciti a tutti i minori, senza distinzione di razza, colore, sesso, lingua, religione, opinione del bambino e dei genitori;
¥ Superiore interesse del bambino: sancito dall’art. 3, prevede che in ogni decisione, azione legislativa, provvedimento giuridico, iniziativa pubblica o privata di assistenza sociale, l’interesse superiore del bambino deve essere una considerazione preminente;
¥ Diritto alla vita, sopravvivenza e sviluppo: sancito dall’art. 6, prevede il riconoscimento da parte degli Stati membri del diritto alla vita del bambino e l’impegno ad assicurarne, con tutte le misure possibili, la sopravvivenza e lo sviluppo;
¥ Ascolto delle opinioni del bambino: sancito dall’art. 12, prevede il diritto dei bambini a essere ascoltati in tutti i procedimenti che li riguardano, soprattutto in ambito legale. L’attuazione del principio comporta il dovere, per gli adulti, di ascoltare il bambino capace di discernimento e di tenerne in adeguata considerazione le opinioni.

Ovvio, o no?

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